Ora Minneapolis, poi Washington?
In Minnesota il governo, senza soldi, invece di alzare le tasse chiude gli uffici
Lo stato del Minnesota, a partire dalla fine di giugno, è chiuso al pubblico. Gli uffici offrono soltanto i servizi essenziali, come polizia ed emergenza medica. Per il resto, nulla funziona. Vale la pena capire come ciò sia successo, anche perché la storia illustra una dinamica generale che rivedremo in azione negli Stati Uniti fino alle elezioni presidenziali del novembre 2012. di Aldo Rustichini, Department of Economics University of Minnesota
5 AGO 20

Lo stato del Minnesota, a partire dalla fine di giugno, è chiuso al pubblico. Gli uffici offrono soltanto i servizi essenziali, come polizia ed emergenza medica. Per il resto, nulla funziona. Vale la pena capire come ciò sia successo, anche perché la storia illustra una dinamica generale che rivedremo in azione negli Stati Uniti fino alle elezioni presidenziali del novembre 2012. Il comportamento dei due partiti in questa crisi a livello statale illustra infatti la strategia che gli stessi seguiranno di fronte alla crisi di un’economia nazionale che non dà segni di miglioramento: è di venerdì scorso la notizia che il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti è perfino salito, al 9,2 per cento.
Vediamo la situazione politica. In Minnesota c’è un governatore democratico, Mark Dayton, rampollo delle ricche famiglie di Minneapolis e politicamente alla sinistra del Partito democratico, quindi coerente con la linea dominante al momento in quel partito. Il Senato e la Camera dello stato sono invece a maggioranza repubblicana dal 2010. Le leggi possono solo proporle i rappresentanti, ma il governatore può esercitare il diritto di veto. Il risultato di una situazione simile è la generale impotenza. Accade così in Minnesota quello che accade nel governo federale, dove la distribuzione del potere è simile: la presidenza, con Barack Obama, è ovviamente in mano ai democratici, così come (seppure con un margine ristretto) il Senato, mentre la Camera dei rappresentanti è a maggioranza repubblicana. Anche la situazione economica del Minnesota è un po’ lo specchio di quella nazionale: sui contribuenti dello stato pesa infatti un deficit di 5 miliardi di dollari.
E’ per sanare questa situazione che il governatore Dayton intende aumentare le spese, finanziando le nuove spese e il vecchio deficit tassando i ricchi. Ma i ricchi in questione sono 7.700 persone che guadagnano più di un milione di dollari l’anno, e quindi le entrate totali previste da questa misura sono cifrabili fra i 500 e i 700 milioni di dollari in due anni. Un gettito chiaramente insufficiente a coprire il buco di 5 miliardi. Queste stesse persone, tra l’altro, pagano già più di un miliardo di dollari in imposte, al 2011. Con l’aumento proposto, del due per cento sull’aliquota marginale che è del 7,85 per cento – queste sono le tasse statali sul reddito, che si aggiungono a quelle federali –, il Minnesota diverrebbe il terzo stato per il livello di tassazione sul reddito, dopo Hawaii e Oregon. I repubblicani propongono invece in alternativa di ridurre le spese, ridurre le tasse e stimolare in questo modo la crescita. Una strategia, a dire il vero, che anche stati liberal come la California stanno adottando. Al punto che secondo la National association of state budget officers, nello scorso anno le spese degli stati sono scese di più del sei per cento, facendo segnare la riduzione più significativa dal 1978.
Sul tavolo, concretamente, c’era una proposta di aumentare di poco le spese, fatta a maggio dal Parlamento. Un bilancio totale di 34 miliardi di dollari per i prossimi due anni (contro i 30 del biennio precedente), che aumenta la spesa totale del sei per cento annuo e riduce il deficit. Per il democratico Dayton però l’incremento della spesa pubblica non era sufficiente, e così da maggio ha imposto il veto sul nuovo bilancio. Risultato: la paralisi e ora il blocco delle attività del governo statale.
Ecco dunque la dinamica generale di cui si parlava all’inizio, comune al Minnesota e agli Stati Uniti. Domina su tutto una crisi economica che, iniziata sotto l’Amministrazione Bush, sta lentamente diventando la crisi dei democratici. Con un sistema politico diviso, non si può fare nulla fino alle elezioni del Novembre 2012. Quindi la classe politica fa una lunga campagna elettorale a spese dell’economia.
Il prossimo atto di questa rappresentazione teatrale è la discussione sul limite al debito pubblico federale di 15 mila miliardi di dollari, da risolvere entro il 2 di agosto. Obama gioca la parte di Dayton, e sembra disposto a seguirne la tattica. Il piano del presidente democratico è semplice: spendere soldi che non si hanno; scoprire poi con fanciullesco stupore che si è prodotto un debito enorme e quindi invocare il dovere dei ricchi di aiutare la collettività con tasse straordinarie. Peccato che anche il finale sia noto: si scoprirà poi che tassare i ricchi non basta, e si annuncerà quindi che le tasse vanno estese. Per tornare a spender soldi che non si hanno.
di Aldo Rustichini, Department of Economics University of Minnesota
Vediamo la situazione politica. In Minnesota c’è un governatore democratico, Mark Dayton, rampollo delle ricche famiglie di Minneapolis e politicamente alla sinistra del Partito democratico, quindi coerente con la linea dominante al momento in quel partito. Il Senato e la Camera dello stato sono invece a maggioranza repubblicana dal 2010. Le leggi possono solo proporle i rappresentanti, ma il governatore può esercitare il diritto di veto. Il risultato di una situazione simile è la generale impotenza. Accade così in Minnesota quello che accade nel governo federale, dove la distribuzione del potere è simile: la presidenza, con Barack Obama, è ovviamente in mano ai democratici, così come (seppure con un margine ristretto) il Senato, mentre la Camera dei rappresentanti è a maggioranza repubblicana. Anche la situazione economica del Minnesota è un po’ lo specchio di quella nazionale: sui contribuenti dello stato pesa infatti un deficit di 5 miliardi di dollari.
E’ per sanare questa situazione che il governatore Dayton intende aumentare le spese, finanziando le nuove spese e il vecchio deficit tassando i ricchi. Ma i ricchi in questione sono 7.700 persone che guadagnano più di un milione di dollari l’anno, e quindi le entrate totali previste da questa misura sono cifrabili fra i 500 e i 700 milioni di dollari in due anni. Un gettito chiaramente insufficiente a coprire il buco di 5 miliardi. Queste stesse persone, tra l’altro, pagano già più di un miliardo di dollari in imposte, al 2011. Con l’aumento proposto, del due per cento sull’aliquota marginale che è del 7,85 per cento – queste sono le tasse statali sul reddito, che si aggiungono a quelle federali –, il Minnesota diverrebbe il terzo stato per il livello di tassazione sul reddito, dopo Hawaii e Oregon. I repubblicani propongono invece in alternativa di ridurre le spese, ridurre le tasse e stimolare in questo modo la crescita. Una strategia, a dire il vero, che anche stati liberal come la California stanno adottando. Al punto che secondo la National association of state budget officers, nello scorso anno le spese degli stati sono scese di più del sei per cento, facendo segnare la riduzione più significativa dal 1978.
Sul tavolo, concretamente, c’era una proposta di aumentare di poco le spese, fatta a maggio dal Parlamento. Un bilancio totale di 34 miliardi di dollari per i prossimi due anni (contro i 30 del biennio precedente), che aumenta la spesa totale del sei per cento annuo e riduce il deficit. Per il democratico Dayton però l’incremento della spesa pubblica non era sufficiente, e così da maggio ha imposto il veto sul nuovo bilancio. Risultato: la paralisi e ora il blocco delle attività del governo statale.
Ecco dunque la dinamica generale di cui si parlava all’inizio, comune al Minnesota e agli Stati Uniti. Domina su tutto una crisi economica che, iniziata sotto l’Amministrazione Bush, sta lentamente diventando la crisi dei democratici. Con un sistema politico diviso, non si può fare nulla fino alle elezioni del Novembre 2012. Quindi la classe politica fa una lunga campagna elettorale a spese dell’economia.
Il prossimo atto di questa rappresentazione teatrale è la discussione sul limite al debito pubblico federale di 15 mila miliardi di dollari, da risolvere entro il 2 di agosto. Obama gioca la parte di Dayton, e sembra disposto a seguirne la tattica. Il piano del presidente democratico è semplice: spendere soldi che non si hanno; scoprire poi con fanciullesco stupore che si è prodotto un debito enorme e quindi invocare il dovere dei ricchi di aiutare la collettività con tasse straordinarie. Peccato che anche il finale sia noto: si scoprirà poi che tassare i ricchi non basta, e si annuncerà quindi che le tasse vanno estese. Per tornare a spender soldi che non si hanno.
di Aldo Rustichini, Department of Economics University of Minnesota